Una piccola digressione su un argomento poco toccato: il parto indolore. So che per alcuni l’associazione di questi due termini è un vero e proprio ossimoro, ma non è affatto così.
Direi che, come spesso faccio, demando a chi è più informato e dotto di me la parte esplicativa, per soffermarmi maggiormente su alcune riflessioni a riguardo. In tal senso sicuramente la voce Partoanalgesia di Wikipedia può dare alcune informazioni che in aggiunta con quelle riportate in questo sito Parto Indolore completano il quadro dando indicazioni sui centri che la praticano.
Se avete dato una letta alle pagine di questi due siti, avete forse conosciuto per la prima volte delle metodologie che spesso vengono etichettate come innaturali e per questo vengono bandite.
Esiste infatti il concetto che naturale è bene ed artificiale è male. Come molti concetti assoluti creati dall’uomo, anche questo ha dei forti limiti. Mi domando se quando andiamo dal dentista per toglierci un dente, non chiediamo l’anestesia ovvero se devono operarmi, ad es. di appendicite, forse non chiederei un attenuazione del dolore. Questo è sbagliato?
Il problema è che spesso il piano morale/etico viene sovrapposto a quello medico, facendo si che alcune scelte debbano essere prese partendo da un visuale che condiziona in maniera decisa chi le deve operare. Un breve inciso, che ritengo necessario per non dare spazio a fraintendimenti, la mia posizione su eutanasia, aborto, clonazione e pena di morte è unica: non sono strade per me accettabili in quanto violano il sacro rispetto per la vita umana e la dignità dell’uomo. Di questo è il caso di parlare un’altra volta, ma spero che faccia comprendere che per alcuni potrei apparire un oscurantista che nega la libertà della scienza e che invece sul parto indolore si comporta in maniera dissociata.
Quello che vorrei sottolineare e cercare di far comprendere, è proprio la necessità di confrontarsi con il dolore e non di negarlo perché a questo è chiamata la battaglia che quotidianamente ognuno di noi combatte. Che si tratti di dolore fisico, psicologico, esistenziale, il dolore è una componente della vita di ogni persona, ineliminabile ed in alcuni casi utile, perché ci segnala una situazione di malessere o di difficoltà, ci spinge a cercare una soluzione, quando è possibile. Ci spinge anche, in taluni casi, a renderci conto che da soli non ci possiamo salvare, per cui entrano in gioco molteplici aspetti, religiosi e scientifici, per cercare una soluzione che altri possano darci.
Il dolore ci rende umani, perché davanti a persone che soffrono, il cuore palpita e si muove spesso da egoismi ingessati. Il dolore ci mette dunque in movimento, ci fa porre domande e ci chiede una risposta per cercarne sia la radice che la soluzione. Ebbene nel parto il dolore è connesso sia alla morfologia dell’essere umano che, per qualcuno, alla Gen 3, 16, nella quale c’è la “condanna” al parto doloroso come “colpa” da scontare per il peccato originale.
Non appare il contesto per approfondire i riflessi morali e teologici del testo biblico indicato, ma sicuramente cercare una strada che possa attenuare il dolore non è un peccato in sé. Non lo è andare dal dentista, non lo è prendere un analgesico perché abbiamo un mal di testa,il fatto di attenuare e cercare di eliminare il dolore non è sbagliato.
Il problema è che moralmente si sente e percepisce un retaggio che ci dice che dobbiamo soffrire quando partoriamo, che dobbiamo accettarlo e dato che tante donne lo hanno fatto prima, perché si dovrebbe cercare una strada alternativa. Vero che tante donne lo hanno fatto e continuano a farlo, ma anche in mille altri contesti medici, in precedenza, si operava senza poter intervenire sul dolore, questo non vuol certo dire che si dovrebbe smettere di utilizzare anestesie ed analgesie. Il punto è che con il dolore ci si deve confrontare, personalmente, senza fuggirlo e nascondendosi dietro ad artificiosi strumenti per negarlo, ma se si può liberamente scegliere di attenuarlo od eliminarlo, perché non farlo anche nel parto?
Credo che una scelta consapevole e personale richieda un confronto con se stessi, delle riflessioni profonde, consapevolezza che il dolore c’è, non è eliminabile, ma che se in alcuni contesti ed esperienze posso cercare di attenuarlo e gestirlo, senza negarlo, allora questo è un bene.
Non credo e rinnego il soggettivismo personalizzante che relativizzi tutto. Ritengo che esistono valori universali e credo, personalmente, ma non da solo, in Gesù Cristo. Per questo quanto dico non è un invito a crearsi la propria formuletta esistenziale per mettere in un angolo il dolore ed eliminarlo. Bensì suggerisco il confronto con la sofferenza che ci vede rispondere in maniera personale, perché ognuno di noi è fatto ad immagine di Dio, ma è unico e nella sua unicità ha diritto di vivere e scegliere nella totale libertà come vuole confrontarsi con il mistero del dolore.
San Francesco diceva che tutto ciò che abbiamo è dono di Dio, l’unica cosa che è veramente nostra è la libertà che abbiamo di fronte al dolore, di come scegliamo di viverlo. Lui, grande Santo e Uomo, suggeriva di donare il dolore che provavamo a Dio, perché l’unica cosa che potevamo realmente donare a Colui che ci ama più di ogni altra creatura. Ritengo che ognuno di noi debba essere libero di comprendere come e quanto stare di fronte al dolore, aspirando sempre, alla pienezza di libertà di un cuore che sapeva amare come quello di Francesco, immagine del vero grande cuore di Gesù, capace di morire per amore nostro.
M.Bat